martedì 17 ottobre 2017

Suonerie

L' argomento di oggi rischia di essere banale - lo so - ma come sempre sarà la musica a portarci oltre. 
Siete anche voi tra coloro che si sentono infastiditi dalle varie suonerie dei cellulari che talora squillano nei momenti e nei luoghi meno opportuni? 
Al cinema, a teatro, in chiesa, in una stanza di ospedale, durante una lezione o - peggio che mai - nel bel mezzo di un concerto???
E fossero almeno suonerie piacevoli!...
La cosa resterebbe comunque ingiustificabile, ma almeno l'orecchio - come si suol dire - avrebbe la sua parte.
Spesso invece si tratta di suoni sgarbati e se a volte - rare per la verità - ricalcano qualche brano di musica classica, lo fanno in modo stereotipato, restituendoci una melodia falsa e banalizzata. Insomma, da musica a musichetta...non so se mi spiego!

Certo, se vogliamo, la scelta non è molto ampia tra le proposte dei vari cellulari: io stessa, per salvarmi da rumori e versi inconsulti, ho optato per il minuetto, una suoneria dal sapore vagamente mozartiano che - nonostante annose e affannose ricerche sul web - non sono ancora riuscita a identificare con precisione. 
Ma ci sono anche quelle scaricabili! - mi direte. Lo so, ma una cosa per volta per favore, sono un po' lenta con la tecnologia.
In compenso, a mio marito che ha comprato uno smartphone mooolto più aggiornato del mio, ho imposto il vivacissimo terzo tempo del Secondo Concerto Brandeburghese - parliamo di Bach naturalmente - che era già tra le suonerie in dotazione. Così, ogni volta che lo chiamano, saltiamo per aria in qualunque angolo della casa ci troviamo. 
Però va bene cosi e del resto non c'è paragone. Ma volete mettere???...
Un conto è saltar per aria al richiamo di una cosa qualsiasi, altro è farlo a suon di tromba, oboe e flauto a becco come nell'esordio del pezzo bachiano!

Tuttavia, a proposito di cose qualsiasi...non è detto che lo siano proprio in tutti i casi. Recentemente, ho scoperto un particolare che molti di voi conosceranno già: è musica classica anche uno dei tormentoni più diffusi in fatto di suonerie.
Lo riconoscerete subito, inequivocabilmente, ascoltando il brano di Francisco Tarrega (1852 - 1909) che vi propongo oggi. Si tratta del "Gran Vals" per chitarra dove lo sentirete a soli dodici secondi dall'inizio.
E per gli addetti ai lavori, voilà, riporto anche le battute dello spartito!
 
\relative c''' {
        \key a \major
        \time 3/4
        e16 d fis,8 gis
        cis16 b d,8 e
        b'16 a cis,8 e
        a4. \bar "|."
}
 
Trovato?...Vi piace?...
Devo confessare che a me non dice molto neppure nella melodiosa morbidezza del pezzo in cui è nato, forse perchè sono ormai condizionata dalla quantità di volte in cui l'ho sentito da tanti e tanti cellulari. 
E perchè mai allora lo sto pubblicando???...
Perchè ora andremo oltre ed è esattamente qui che vi voglio portare.

Proprio in segno di protesta contro la malsana abitudine di lasciare il cellulare acceso nei momenti meno opportuni, qualcuno si è ribellato.
E' accaduto in varie occasioni che, di fronte all'improvviso esordire di una suoneria nel bel mezzo di un concerto di musica classica, il solista - invece di ignorare la cosa o, al contrario, di chiudere lì l'esibizione - si sia appropriato di quei suoni interpretandoli col proprio strumento e facendone una prova d'improvvisazione e di bravura. Una risposta sorprendente, ricca di fantasia ed eleganza, che "prende in contropiede" il colpevole in modo spiritoso e incisivo ad un tempo. 
A reagire così sono stati solisti di violino, di pianoforte, ma talora anche intere orchestre e ciò ha poi dato luogo a svariate e divertenti rielaborazioni della suoneria in questione.
Tra le altre, la più significativa mi sembra quella del pianista austriaco Christoph Berner, classe 1971, che proprio sulle sue note ha scritto una Fuga. Si tratta di un brano rigoroso, articolato e complesso, prima un po' bachiano e poi non più, che va veleggiando verso una totale libertà compositiva in cui Berner sbriglia la fantasia e si diverte - almeno così a me pare - coniugando il tema in mille modi e sviluppi diversi. 
Una fuga che mi intriga più ancora dell'originario valzer di Tarrega e che spero, nella sua vivacità, possa piacere anche a voi.

Buon ascolto!

mercoledì 11 ottobre 2017

Un violino per Ambra

(foto di Stefano Davanzo)
Una luminosissima melodia per ricordare l'amica blogger Ambra che da un anno ci ha lasciato, un pensiero pieno di gratitudine e la viva speranza di ritrovare - un giorno - il suo sorriso!

Niccolò Paganini (1782 - 1840) : "Adagio. Cantabile spianato" dal "Concerto per violino e orchestra n.3 in Mi maggiore".

domenica 8 ottobre 2017

Alba in stazione

Mattina presto in stazione.
Sono uscita di casa ch'era ancora buio e ora il primo barlume violetto dell'alba, all'orizzonte, annuncia una giornata nitida e tersa come poche.
Mi avvolgo stretta nella giacca, l'aria del mattino autunnale è già fredda. Nonostante ciò, amo da sempre questi momenti che mi vedono in viaggio e me ne restituiscono tutto il fascino e la bellezza attraverso tante piccole sensazioni. 
Ritrovo infatti la possibilità di covare i pensieri in solitudine o pregustare la gioia di un incontro, ma anche di indugiare guardandomi intorno e osservando ciò che, nella fretta di sempre, talora mi sfugge.

Aspetto il mio treno mentre, pian piano, fa giorno. Da un lato, bassa sull'orizzonte, una striscia di luce dai colori sempre più accesi prelude al sorgere del sole. Dall'altro, in un angolo ancora un po' scuro, la luna "pallida e senza raggio" - avrebbe detto il Manzoni - campeggia tra i fili della linea ferroviaria che le si stagliano intorno quasi ad inquadrarla. E mi pare un miracolo di bellezza che si affaccia sul nostro quotidiano, allargando il respiro e aprendolo a prospettive più ampie.
Il treno è quasi vuoto: fuori dal finestrino il paesaggio si fa sempre più nitido e il profilo scuro delle Prealpi lontane corre via veloce mentre - qua e là, nella mia pianura - stagna ancora una nebbiolina bassa sui campi. 
Ma presto si dirada e il panorama mi restituisce a sprazzi il cielo limpido che va specchiandosi nei canali mentre, all'orizzonte, finalmente sorge il sole.
Osservo il panorama in silenzio e - come spesso mi accade - lascio che la sua suggestione mi raggiunga svegliandomi dentro un sorriso che, a poco a poco, sale fino allo sguardo: sarà uno splendido autunno!

Ed è a questo punto che, come una sorta di colonna sonora, mi si apre in cuore il brano che oggi desidero condividere con voi.
Si tratta del terzo movimento, "Adagio", della "Sinfonia n.2 in mi minore op.27" di Sergej Rachmaninov (1873 - 1943): un pezzo che prende subito, lasciandoci, qua e là, la sensazione di averlo già sentito, quasi affiorasse dall'inconscio più ancora che dai tortuosi sentieri della memoria.

L'intera composizione è stata scritta da Rachmaninov dopo un periodo di inattività e di crisi a seguito delle critiche e delle feroci stroncature riservate dal pubblico alla sua Prima Sinfonia. Una musica che simboleggia quindi una rinascita, un passaggio dal buio alla luce, una vita che torna a scorrere, aprendosi come il respiro di chi si ritrova, finalmente, di fronte a grandi spazi e a nuove, luminose prospettive.
È certo l'ispirazione tardoromantica di Rachmaninov ad esprimersi in questo "Adagio", ricco - soprattutto alla fine - di grandiose aperture orchestrali d'intensa suggestione e immediato impatto emotivo che, talora, possono ricordare il "Concerto per pianoforte n.2 op.18".
Ma ne avvertiamo il fascino anche attraverso il delicatissimo canto del clarinetto che si snoda in un'aria non priva di qualche tratto malinconico, e tuttavia lontana dalla straniante solitudine di altre melodie del compositore russo. Quella che troviamo qui è infatti una malinconia intrisa di pacata, profonda dolcezza, come uno sguardo sulle cose che ci consente di coglierne più compiutamente lo spessore e l'incanto.
Una musica capace di dar voce ai pensieri, ai sogni, ai sentimenti inespressi, a quel silenzio assorto con cui contemplo il paesaggio dal treno e che queste note vanno a colmare d'inusitata pienezza.

Buon ascolto!

(La clip-audio riporta solo la prima parte dell'"Adagio". 
Trovate l'esecuzione integrale nel seguente link:
https://www.youtube.com/watch?v=QNRxHyZDU-Q )                                                       

sabato 30 settembre 2017

Splendore di un "Notturno" per archi

C.D.Friedrich: "Un uomo e una donna davanti alla luna"
Dopo il vivacissimo e scintillante brano di Grieg della scorsa settimana, oggi torno a proporvi un pezzo decisamente romantico.
Lo so, le mie scelte sono un po' altalenanti: non rispettano infatti una precisa programmazione relativa ad autori, strumenti o tematiche e neppure un criterio puramente cronologico.

Amo invece seguire la passione del momento insieme a ciò che la musica mi suggerisce in rapporto alle emozioni offerte dal trascorrere del tempo, dal paesaggio, magari da un dipinto o dalle mille circostanze della quotidianità. 
Un ascolto dentro e fuori di me, animato dalla gioia di condividere con voi i brani nei quali ritrovo particolari radici, risonanze o che mi parlano con maggiore intensità.
E mi piace che, per chi passa di qui, ci sia anche un pizzico di sorpresa, come quando - una vita fa - compravo i dischi della serie "I Grandi Musicisti" dei Fratelli Fabbri Editori. Uscivano in edicola una volta alla settimana e non vedevo l'ora di portarmi a casa l'album di turno come un piccolo tesoro; ma non venivano pubblicati in ordine cronologico e ogni volta si rinnovava in me il gusto della sorpresa!

Bene. Allora la sorpresa di oggi è un autore nuovo per questo blog.
Si tratta del russo Aleksandr Porfir'evic Borodin (1833 - 1887), singolare figura di compositore perchè non ha dedicato la propria vita alla musica, ma alla ricerca nel settore della chimica e della medicina. Scienziato, dunque, prima ancora che musicista. Eppure, nonostante ciò, la profonda passione per il mondo delle note gli ha consentito di scrivere ugualmente opere per le quali, oggi, viene ricordato più ancora che per la fama ottenuta in campo scientifico.
Il brano che ho scelto è - lasciatemelo dire! - incantevole: una di quelle melodie che restano dentro e lavorano l'anima nei suoi anfratti più riposti.
Si tratta del terzo movimento, "Notturno", del "Quartetto per archi n.2 in Re maggiore", pezzo di struggente romanticismo, forse tra i più famosi del compositore insieme alle "Danze polovesiane"
Vi ritroviamo per certi aspetti la malinconia e la profondità dell'anima russa ma, a mio modesto avviso, anche parecchi riferimenti alla musica colta dell'Ottocento europeo. Il clima del brano, nella sua atmosfera di intimità, può infatti ricordare vari altri pezzi per archi: dal "Larghetto" della "Serenata op.22" di Dvorak scritta solo qualche anno prima, all' "Andante cantabile" del "Quartetto n.1 op.11" di Tchaikovsky, per risalire al Beethoven dell' "Adagio, quasi un poco andante" del "Quartetto n.14 op.131". E, se non fosse un po' azzardato...aggiungerei anche Schubert!

Protagonisti di questo "Notturno" un incantevole, intensissimo violoncello cui spetta l'esposizione iniziale del tema, e il primo violino che lo riprende subito dopo. Si dipana così una melodia cantabile e dolcemente malinconica.
Segue uno sviluppo molto più teso e movimentato - appassionato e risoluto indica la partitura - che riprende il tema andandone a scoprire ogni possibilità espressiva per ritornare poi, gradatamente, alla delicatezza iniziale. 
Di assoluto splendore qui - a 4,54 dall'inizio - il gioco di rimandi tra il violoncello che riespone la melodia e il primo violino che la riecheggia a distanza di mezza battuta: un meraviglioso dialogo dai toni elegiaci che si accende di ulteriore bellezza quando, poco dopo, l'aria fiorisce più intensa sulla base del vibrato.
Si tratta, in realtà, della stessa frase musicale che, nell'arco del brano, va ripetendosi in continuazione. E tuttavia risuona sempre nuova, coniugata com'è dalla sensibilità del compositore in mille differenti sfumature che l'attraversano in una ricca tavolozza di colori dell'anima: ora più serena, poi malinconica, intima, nostalgica, ora più luminosa, poi più cupa e qua e là un po' smarrita.
Ne deriva un'atmosfera segnata spesso da una profonda e struggente dolcezza, altrove da un vago senso di sgomento, ma sempre da un'attitudine intensamente romantica e contemplativa.

Buon ascolto!

domenica 24 settembre 2017

Una corsa all'aria aperta

Un brano concitato e vibrante quello di oggi! 
Una musica vivacissima che ho scoperto ripercorrendo le opere di un autore pubblicato qui nel luglio scorso e che desidero subito condividere con voi.

Si tratta di Edward Grieg (1843 - 1907) e del "Preludio" della "Holberg Suite per archi op.40", scritta nel 1884 e dedicata al drammaturgo Ludvig Holberg per la celebrazione dei duecento anni dalla sua nascita.
Come altri brani più famosi del compositore norvegese, anche questo è caratterizzato da notevole freschezza ed è ricco di una vivacità che ci consente di sbrigliare la fantasia. 
Possiamo infatti lasciarci catturare dal ritmo teso e fremente dei violini e delle viole, immaginando cavalli in corsa con le criniere al vento, in mezzo a una prateria o sulla riva del mare. Un'irrefrenabile e gioiosa galoppata all'aria aperta, un ritmo rapinoso che ci porta via con sè, leggero e movimentato nella sua struttura di terzine ascendenti, sulle quali s'impostano poi alcuni intervalli di quinta discendente.

Nel brano, Grieg ci presenta riferimenti e passaggi orchestrali che - in memoria di Holberg - ci riportano alla cultura musicale del Settecento, anche se il compositore li risostanzia del proprio spirito con un'impronta del tutto personale fatta di trascinante vivacità.
La struttura stessa della Suite, del resto - formata da Preludio, Allemenda, Gavotta, Aria e Rigaudon - rimanda a danze che si ritrovano spesso nelle opere in stile barocco, a cominciare da quelle bachiane. E lo conferma anche il sottotitolo della composizione dove si precisa: "in stile antico".
Risuona infatti talora in questa musica un'aura di solennità, alla quale tuttavia Grieg conferisce sempre tocchi originali di vivacissima freschezza. 
Sono effetti creati ora dall'andamento vibrante di viole e violini, ora dai pizzicati attraverso i quali il musicista sembra divertirsi giocando con le note.

Ma quello che si avverte sempre più chiaro e marcato è un impeto di fondo, non tempestoso e tragico come troviamo a volte in altri compositori, ma all'inizio leggero e poi sempre più teso a sprigionare una prorompente energia fino alla solare, luminosissima conclusione. 
Una corsa nel vento a briglia sciolta, quasi un richiamo al mondo della natura nel respiro dei suoi spazi aperti: un modo di celebrare la vita nella sua esuberanza e nello splendore delle sue manifestazioni.

Buon ascolto!

domenica 17 settembre 2017

Stagioni interiori

Lago Verney (foto di Roberta Vacchiero)
























Ci sono talora immagini che, con il loro splendore, i colori, ma soprattutto con la particolare atmosfera che sanno creare, colgono in pieno un clima, la fisionomia di una stagione, rispecchiando non solo squarci di paesaggio fuori di noi, ma anche panorami interiori.
Possono essere dipinti, disegni, fotografie, ma sempre capaci di rappresentare il nostro vissuto qui e ora, suggerendoci una miriade di sensazioni. E a volte capita che abbiano un impatto di tale suggestione da stabilire con noi misteriose corrispondenze, quasi iniziassero a parlarci.

È ciò che mi è accaduto quando, navigando nel sito web "Valle d'Aosta oltre le immagini, le emozioni", mi sono imbattuta nella foto che vedete in alto. 
La mia reazione è stata immediata come mi fossi trovata proprio lì, sulle rive del Lago Verney, vicino al colle del Piccolo San Bernardo, in un giorno di settembre verso il tramonto.
A catturarmi subito è stata la totale solitudine di quel paesaggio spoglio che la piccola costruzione in pietra chiara - unica in tanto spazio aperto - non fa che sottolineare. E con la solitudine mi ha raggiunto la percezione di un silenzio intatto, insieme alla dolcezza dei colori caldi e un po' bruciati del prato ormai autunnale, in contrasto con l'azzurro cupo del laghetto e quello chiarissimo del cielo. Contrasti non così netti come in piena estate, ma segnati da ombre che si allungano qua e là, accarezzando il paesaggio e lasciando intuire che il sole sta calando.

Mi è parso di specchiarmi in questo panorama, ritrovando nella sua solitudine e nella percezione del tempo che passa non l'apparente senso di vuoto, ma una rasserenante pace lontana da qualunque tristezza. 
E mi ha ricordato l'incanto dell'ultima passeggiata fatta in montagna non molti giorni fa, al tramonto, mentre le ombre scendevano piano sul paese già deserto e immerso nel silenzio. Una solitudine esteriore, ma segno di una vita che continua dentro, nelle case, nei cuori, nel segreto della terra.
Anche allora, ho avvertito le sensazioni che mi ha sempre comunicato l'atmosfera di settembre: la suggestione di un tempo che finisce stemperandosi nella dolcezza che prelude all'autunno, e insieme il presagio ancora indistinto di altra vita che verrà.
Sensazioni create dal fascino del paesaggio, certo, ma capaci di raggiungerci come un dono da covare poi nel chiuso nell'anima, lasciandoci pervadere dalla morbidezza infinita del mutare della stagione.

Così, a commento di quest' immagine, ho scelto per voi - e per me - un brano di Ludwig van Beethoven che amo da sempre, ma che non ascoltavo da parecchi anni, non so bene perchè. Talora c'è un segreto pudore che ci impedisce di concederci a quelle musiche che hanno segnato particolari periodi della nostra vita e che hanno il potere di farceli ripercorrere, restituendoci un mondo di sensazioni intatte. 
Ma le sue note, oggi, mi sono parse in serena armonia con l'atmosfera che la foto del mio piccolo lago tra i monti mi suggerisce. E allora eccolo.
Si tratta del secondo movimento, "Larghetto", del "Concerto in Re maggiore op.61 per violino e orchestra", uno dei capolavori della letteratura violinistica del primo Ottocento. 
Il brano, famosissimo, si snoda in un incantevole dialogo tra la pacata intensità dell'orchestra e la voce nitidissima del violino solista. Ne nasce così una dolce romanza che ci riempie di fascino fin dall'esordio, e ci accompagna con un incedere lento, totalmente privo di affanno, ma pervaso da un'aura contemplativa ricca d'ineffabile splendore.

Buon ascolto!

 

sabato 9 settembre 2017

Pura energia

Organo della Chiesa di "Notre-Dame des Victoires" - Parigi
Nei giorni appena trascorsi in pausa-blog, mi ha fatto compagnia un brano che avevo in mente da tempo e col quale avevo già programmato di aprire - diciamo così - il mio nuovo anno di lavoro.

"Troppo bello!" pensavo, presa dall'ansia di condividerlo, mentre più e più volte ascoltavo le diverse interpretazioni indecisa nella scelta. 
E' infatti un pezzo entusiasmante, gioioso, leggero...insomma, pura energia! Uno di quei brani che vi consiglio di ascoltare a tutto volume, per gioia vostra - e dei vicini di casa! - con le vibrazioni dell'organo che vi attraversano il corpo, l'anima e i muri, facendovi sentire una cosa sola con la musica!

Si tratta di una pagina di Bach per me tra le più affascinanti: la "Sinfonia" iniziale della Cantata BWV 29 "Wir danken dir, Gott, Wir danken dir".
A prendermi a tutta prima è stato il testo: un inno di ringraziamento a Dio nel quale si ripone la propria speranza e dal quale s'invocano protezione, prosperità, benedizione e misericordia. 
Ma è stata poi la musica a catturarmi in pieno, nell'attitudine splendidamente gioiosa proprio della "Sinfonia" d'apertura il cui tema, vivacissimo, è la trascrizione per organo del Preludio della "Partita n.3 in Mi maggiore BWV 1006 per violino solo" composta da Bach undici anni prima.

Dicevo che ho faticato un po' a scegliere l'interpretazione che ascolterete qui.
Il fatto è che di tale Sinfonia esistono parecchie esecuzioni per organo solo, ma anche altre in cui è accompagnato dall'orchestra.
Dopo innumerevoli ascolti, tra le tante - ora velocissime, ora un po' più lente e maestose - ho preferito la versione per organo solo che sentirete perchè, a mio avviso, conferisce al brano particolare spessore sottolineandone insieme profondità e ritmo.
Mi pare sia proprio quest'ultimo - spesso affidato alla pedaliera, ma anche alla mano sinistra - a fare di Bach un contemporaneo: un compagno di viaggio che, strada facendo, si affianca a noi con vivacità, rigore e inesauribile inventiva, suggerendoci gioiosi angoli di visuale per farcene scoprire, passo dopo passo, lo splendore.
Un Bach sempre rigenerante che, nella concretezza della tonalità di Re Maggiore, non ci permette di sostare a ripiegarci su noi stessi ma che, nota dopo nota, fa scaturire proprio dalla nostra interiorità - qui sta il potere della musica! - sorgenti di sorprendente, luminosa energia. 

Un brano che mi piace dedicare a chi riprende il lavoro dopo la pausa estiva, a tutti coloro che - a cominciare dalla sottoscritta - sentono il bisogno di tornare alle proprie attività con maggiore grinta, così come agli studenti e agli insegnanti che inaugurano un nuovo anno scolastico. 
Ma soprattutto penso a quegli adolescenti ansiosi di conoscere, cercare, scoprire, esplorare, costruire, inventare, catturati da mille passioni tra le quali anche la musica, magari proprio organistica.
Tra questi, in particolare, mi permetto di citare il giovane liceale Federico. 
A lui, se mai un giorno passerà di qui, dedico il vivacissimo pezzo di oggi, e così pure alla sua mamma Marinella e alla nonna, compagni di piacevolissime chiacchierate mattutine in un delizioso angoletto di montagna.

Buon ascolto!

martedì 15 agosto 2017

Buon Ferragosto!!!

Duccio di Buoninsegna: "Dormitio Virginis" - Siena - Museo dell'Opera del Duomo.





















Con l'immagine della "Dormitio Virginis" di Duccio di Buoninsegna (1255 - 1318) e sulle note del "Regina Caeli" di Tomas Luis de Victoria (1548 - 1611), auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone vacanze!

Anche questo blog si prende una piccola pausa.
A presto!!!
 
 

lunedì 7 agosto 2017

"Il bacio"

"Mettete via le guide e osservate tutto più a lungo. L'arte è amore, non un tour guidato." 

Mi piace quest'esortazione fatta dal critico d'arte Jonathan Jones sul quotidiano britannico "The Guardian" a proposito della valorizzazione del turismo lento, e riportata dal "Corriere della Sera" del 4 agosto scorso.

G. Reina: "Una triste novella"
Senza nulla togliere alla grande utilità delle conoscenze storico-artistiche che le guide - siano esse persone o libri - ci possono offrire per la comprensione di un'opera, mi pare tuttavia che l'affermazione sottolinei la primaria importanza della nostra nostra sensibilità e del nostro metterci in gioco reagendo davanti ad essa.

Se l'arte infatti è espressione di un'anima, dei suoi nodi e dei suoi sentimenti, se è descrizione, grido, sogno, stupore che si origina da un desiderio di comunicare il proprio particolare sguardo sul mondo, essa si realizza pienamente nell'incontro con chi ne fruisce. 
Oserei dire che essa è incontro, come ogni forma di cultura che non sia pura erudizione, ma sappia cambiarci interiormente, anche in modo impercettibile.

Davanti a un'opera d'arte possiamo restare sorpresi e ammirati, sconvolti o perplessi, talora anche indifferenti ma, quando ci raggiunge e ci parla, essa non solo ci consente di scoprire qualche aspetto dell'anima dell'autore, ma anche molto di noi stessi.
Forse il segreto della nostra capacità di reazione sta proprio nella necessità di osservare "più a lungo", come la frase di Jonathan Jones suggerisce. 
"L'arte è amore" - afferma il critico - ma, come l'amore, non sempre è colpo di fulmine. 
Talora va scoperta nei suoi risvolti nascosti e inaspettati, nelle risonanze che può lasciare in noi e che spesso vivono di vita propria, a volte scomparendo come fiumi sotterranei e poi riaffiorando a sorpresa.
Un incontro vivo quindi, che si prolunga nel tempo in un dialogo tra la sensibilità delle varie epoche e le diverse creazioni artistiche che si arricchiscono così di valori aggiunti e dimensioni nuove.

Per questo, oggi vi invito ad osservare un affascinante dipinto del pittore comasco Giuseppe Reina (1829 - 1905), intitolato "Una triste novella" e attualmente conservato in una collezione privata.
L'autore si colloca nel gruppo di quegli artisti attivi nel secondo Ottocento - tra i quali Vincenzo Vela e i fratelli Induno - che descrivono l'esperienza delle guerre risorgimentali attraverso temi domestici, intrisi di risvolti patetici e di romanticismo. 
F. Hayez: "Il bacio"
Anche quest'opera - datata 1862 - si situa in tale contesto: ambiente semplice, dimesso, tuttavia non privo di uno scorcio di natura morta in cui la presenza del libro verde e del drappo rosso accanto al davanzale chiaro può ricordare patriotticamente il tricolore, mentre il titolo fa pensare a una fanciulla - o forse una moglie - che abbia perso in guerra l'uomo che ama.
  
Ma al di là di queste notazioni, è su altri aspetti che mi vorrei soffermare.
Se si osserva la rappresentazione nei particolari, si riconosce facilmente che sul foglio che la donna ha in mano è riprodotto il famoso dipinto di Francesco Hayez "Il bacio"
G. Induno: "Triste presentimento" (particolare)
Si tratta di un'interessante citazione pittorica, probabilmente omaggio di Giuseppe Reina al maestro di cui era stato allievo frequentando a Milano l'Accademia di Brera.
Non è la prima volta - tra l'altro - che ricorrono citazioni simili: si potrebbe ricordare anche "Triste presentimento" di Gerolamo Induno. Ma mentre qui il dipinto di Hayez - come vedete a lato - è semplicemente appeso alla parete, nel quadro di Reina diventa in qualche modo protagonista insieme alla giovane donna.

E' il suo sguardo infatti - che pure cogliamo solo in parte - a stabilire una comunicazione con l'opera di Hayez: un'attenzione profonda e nostalgica, malinconica e sognante, come se vi trasfondesse la piena dei propri sogni e sentimenti, o solo davanti ad essa riuscisse a effonderli in una sorta di magica empatia.
Un'effusione discretissima e tutta interiore, nella calma di una stanza in leggera penombra, immersa in un silenzio che avvertiamo attraverso le tinte smorzate delle pareti e della finestra, la semplicità degli oggetti e il chiaro dell'ampia gonna della donna sotto il bustino nero. 
Luci e ombre soffuse e pacate come il dialogo che intreccia con i due innamorati de "Il bacio". Possiamo intuire in lei un coinvolgimento fatto di muta sofferenza, commozione, rimpianto, ricordo, nostalgia che il dipinto di Hayez con la sua intensa passione va a nutrire, e dal quale la giovane donna si lascia raggiungere in una misteriosa corrispondenza d'amore.

Così, mi piace associare a quest' immagine un brano di Giovanni Allevi intitolato proprio "Il bacio"
Tratta dal cd "Joy" uscito nel 2006, è una composizione che, come parecchie altre del musicista ascolano - e ricordo solo a mo' di esempio "Room 108"  "La notte prima" - si dipana tra delicatezza e passione. Una passione tuttavia che, rispetto ad altri pezzi in cui esplode più intensa e prorompente, qui si snoda su toni lievi e pacati, mai disgiunti - anche nei passaggi più forti - da una grande dolcezza.
Un andantino rubato giocato tra gli estremi dei pianissimo e fortissimo, ma sempre percorso da un'atmosfera d'intimità che lo splendore dell'esecuzione sottolinea in ogni sua sfumatura, facendo risaltare la luminosità del pianoforte soprattutto quando il tema viene ripreso su di un'ottava più alta.
Un composizione dalla semplicità solo apparente alla quale i frequenti cambi di tonalità, le alterazioni e alcune sapienti dissonanze conferiscono profondità e delicatezza insieme a un fascino da scoprire pian piano. 
Un brano lieve come una carezza dal quale lasciarsi prendere e ammaliare.

Buon ascolto!

domenica 30 luglio 2017

"Giuovanile"

Ho cambiato gli occhiali.
"Ancoraaa?..." si sorprenderà qualcuno, memore di un post decisamente demenziale scritto circa due anni fa, in cui facevo riferimento all'acquisto di un paio di lenti da vista: questo, se proprio qualche lettore volesse rinfrescarsi la memoria!

Allora vi aggiorno.
No, non ho cambiato quelle che mi rendevano somigliante a una via di mezzo tra un panda e un orsetto lavatore...o forse anche un gufo. 
Le ho ancora, ma le uso solo davanti alla tv, quando mi capita di andare al cinema - cioè mai - oppure se esco al calar delle tenebre.
In compenso, sempre due anni fa, irretita dal mio ottico di fiducia qui in montagna che è una donna e mi capisce, me ne sono regalata un paio con una montatura diversa, più chiara e leggera - "mooolto giuovanile" come ogni tanto mi sento dire - che riesco a portare al cospetto del mondo, senza dover rasentare i muri per strada nel vano tentativo di scomparire. Ecco!

Gli occhiali che ho cambiato adesso, invece, mi servono per la media distanza, di fatto per il computer. Ma, stante che ci sto parecchio e con gli anni la mia vista è sempre più simile a quella di una talpa, stavolta l'acquisto era necessario, lo giuro. E siccome, a detta del mio oculista è ancora presto per i progressivi - non per niente sono "mooolto giuovanile" - il risultato è che, tra vecchi, nuovi, da vicino, lontano, metà, dentro e fuori, fra un po' di tempo potrò metter su bottega e venderli io.
Comunque, da qualche giorno sono entrata in possesso di quelli nuovi e finalmente è tutta un'altra vita!
Lavorare al computer senza bisogno di aumentare lo zoom ad ogni videata è tornato ad essere un piacere, mi sembra persino di respirare meglio. 
Il mondo - almeno quello virtuale - mi si dispiega ora davanti senza nessuna fatica e, come vedete, ho sentito subito il desiderio di mettere a parte anche voi di questa piccola grande gioia!

Come sono???.....Curiosi eh?!...
Rossiiiiii, cari miei, rosso lacca questa volta!!! La mia brava donna di qui ha saputo consigliarmi bene. Ma non chiedetemi foto nè selfie, non sono il tipo. Se proprio volete....ispiratevi all'immagine nel riquadro in alto. 
Vi piace???.... Nessuno si azzardi a dire di no!!! 
E' pur vero che lì, invece che rossi, gli occhiali sono azzurri e non c'è il computer, ma in compenso i gufi - con quei loro occhioni alteri, ironici e non privi di una punta di malinconia - mi sono sempre stati simpatici. 
E del resto dai....potete anche lavorare un po' di fantasia!

Allora, visto che per il momento sulle mie sciocchezzuole quotidiane vi ho aggiornato, posso passare alla musica lasciandovi in piacevolissima compagnia.
Si tratta di Gioacchino Rossini (1792 - 1868) e del terzo movimento, "Allegro", della "Sonata a quattro N.1 in Sol maggiore" della quale gli aficionados di questo blog forse ricorderanno di aver già ascoltato il primo tempo precisamente qui.
Scritta appunto per quartetto d'archi (due violini, violoncello e contrabbasso), è una composizione fresca e vivace soprattutto in questo terzo tempo ricco, fin dall'esordio, di un brio che la pregevole esecuzione esalta in modo particolare. Un brano danzante e spensierato come si addice all'argomento di oggi tra il frivolo e il leggero, quasi da chiacchiere estive sotto l'ombrellone se non fosse che sono in montagna.
Ultima nota: composta dal musicista pesarese appena dodicenne (!) la Sonata rientra a buon diritto tra quelle che vengono considerate opere giovanili, nel senso che Rossini - lui sì! - era proprio giovane....e non ancora giuovanile! Non so se mi spiego.

Buon ascolto!

lunedì 24 luglio 2017

Tornare bambini


Ho sempre amato i peanuts, la simpaticissima banda di amici creata dalla fantasia di Charles Schulz.
Personaggi sempre attuali che hanno segnato parte della nostra vita con la loro filosofia fatta di straordinaria concretezza, ma anche di inossidabili sogni. Figure nelle quali ci siamo tante volte identificati, condividendo insicurezze, paure, speranze e desideri.

Per quanto mi riguarda - e scorrazzando in questo blog forse ve ne sarete accorti - mi ha sempre attirato tra tutti gli altri Snoopy, il simpatico e fantasioso bracchetto amico del piccolo Woodstock. Freschezza, ironia, ma soprattutto positività nell'affrontare la vita sono le sue caratteristiche principali sulle quali però non mi dilungo avendone già parlato in passato e in particolare qui. 

Tuttavia, oggi desidero ugualmente condividere con voi l'immagine che vedete in alto perchè la trovo bellissima e rasserenante. 
Rappresenta proprio Snoopy e Charlie Brown che ballano, saltano o giocano in un atteggiamento che mi colpisce per la gioia, una gioia assoluta che la vignetta sa cogliere ed esaltare.  
Lo capisco dal loro sorriso e dagli occhi che - è vero - non si vedono, ma immagino chiusi in atteggiamento di beatitudine e totale spensieratezza. 
Lo vedo dalle loro mani saldamente intrecciate, mentre le braccia aperte la dicono lunga sulla felicità di essere insieme, una felicità che sembra aprirsi verso il mondo intero.
Ma ciò che più di tutto mi attira e mi piace è il loro pieno coinvolgimento in ciò che stanno facendo, esattamente come i bambini. C'è infatti talora, nel comportamento dei più piccoli, una concentrazione che li assorbe completamente nelle loro occupazioni, siano esse danza o gioco o dialogo magari con qualche amico immaginario. E mi ha sempre destato stupore il loro modo di essere presenti a ciò che fanno con un'attenzione intatta, non ancora strattonata da ansie o pensieri, da preoccupazioni o distrazioni varie come capita invece a noi adulti. 
Un atteggiamento che la vignetta mi invita a recuperare, per assaporare la vita - compresa la quotidianità più spicciola - con maggiore consapevolezza.

Allora, per passare alla musica in linea con le considerazioni suggeritemi da quest'immagine, sono andata in cerca di Mozart, anzi del Mozart bambino prodigio del quale vi propongo un vivacissimo brano: il primo movimento, "Allegro molto", dalla "Sinfonia n.1 in Mi bemolle maggiore K.16" scritta a soli otto anni (!).
Insieme alla complessità orchestrale che denota una precoce e non comune padronanza delle strutture compositive, vi si respira già quella tipica chiarezza mozartiana - evidente anche dalla partitura - fatta di equilibrio, armonia e rispondenze tra tono maggiore e minore.
Certo, il pezzo non è tra i capolavori più famosi o più struggenti per intensità della melodia, tuttavia è percorso da una vena d'irrefrenabile, vibrante vivacità che il piccolo Mozart sa già padroneggiare con disinvoltura. 
E mi si scioglie il cuore se penso a questo bimbino scarrozzato per mezza Europa ad eseguire concerti davanti a principi e dame, con la voglia che avrà avuto di giocare e scherzare, combinando magari qualche marachella insieme alla sorella Nannerl. 
Allora immagino che, ogni tanto, avrà sfogato un po' di quella sua voglia anche attraverso la musica, facendola trasparire dalle note.
Infatti, ciò che al di sopra di tutto mi prende in questo brano è la gioiosa vivacità del tema, quasi un ritornello che - se ci fate caso - in taluni passaggi sembra proprio riprodurre l'allegria dei bambini quando saltano e giocano.

Esattamente come i nostri amici Snoppy e Charlie Brown nel riquadro in alto, concentratissimi e felici nella danza, presenti in toto alla loro gioia di stare insieme, senza pensiero alcuno che li distragga dal goderne in pienezza.

Buon ascolto!

domenica 16 luglio 2017

Ali

Pietro Cavallini: "Giudizio universale" (part.)
Penso sia capitato a tanti di averle desiderate, almeno una volta nel corso della vita, o forse anche più.
Parlo delle ali, sì: un bel paio d'ali per librarsi in volo, staccarsi da terra e prendere quota come fossimo aquiloni rapiti dal vento che garriscono nell'aria e da essa si lasciano portare in alto.

Il volo, del resto, dal mito di Icaro agli studi e agli esperimenti di Leonardo, è uno dei primi sogni coltivati dall'uomo. E se oggi è riuscito ormai a realizzarlo, tuttavia non ha smesso nel profondo del cuore di covarne il desiderio come un impulso mai pienamente appagato.

Sarà forse anche per questo che più volte è stato affascinato dalle figure angeliche e che - tra le immagini più ricche d'incanto che la storia dell'arte ci offre - ricorrono spesso le ali degli angeli alle quali i vari artisti, di tempo in tempo, hanno conferito tratti di raffinata bellezza.
Marc Chagall: "I tre angeli di Abramo"
Da quelle coloratissime e ricche di splendide sfumature dipinte da Pietro Cavallini - di sorprendente modernità se si pensa che siamo verso la fine del 1200 - a quelle di Chagall, rese ancor più evidenti dal contrasto tra il bianco e il fondo rosso del quadro e dal fatto che sono ritratte in primo piano.
Dalle ali dell'arcangelo di Simone Martini che, col loro piumaggio quasi dorato, danno all'immagine una grande preziosità mentre l'elegantissima ondulazione del panneggio sembra seguirne il movimento, fino ai tratti semplicissimi e straordinariamente efficaci del disegno di Paul Klee. 
Paul Klee: "Angelo smemorato"
Nel suo "Angelo smemorato", sono infatti proprio le ali a volgersi verso l'alto, in netto contrasto con gli occhi bassi, le mani intrecciate e l'atteggiamento raccolto ma un po' titubante dell'angelo stesso.

Tuttavia non intendo addentrarmi qui in un'analisi dettagliata dei vari dipinti, quanto sottolineare il fascino che esse hanno sempre suscitato nell'uomo, quasi a ricordo di un antico passato che ancora porta nel cuore.
Del resto, le ali non sono necessarie solo a chi voglia spiccare materialmente il volo, ma un po' a tutti coloro che, di tanto in tanto, sentono la necessità di recuperare una distanza, una visione d'insieme, un punto di vista, una prospettiva o una luce diversa da proiettare sul quotidiano.
Allora può essere riposante dare ali, se non al corpo, almeno allo spirito contemplando la bellezza dovunque essa sia, magari attraverso l'ascolto di un brano di musica. Ali metaforiche, diciamo, ma non meno efficaci delle altre.

Così oggi, ad offrircele, è Edward Grieg (1843 - 1907) - autore nuovo per questo blog - del quale ho scelto l' "Adagio" del "Concerto in la minore op.16 per pianoforte e orchestra", una delle creazioni più famose del compositore norvegese dopo il celeberrimo "Peer Gynt".
Simone Martini: "Annunciazione" (part.)
Dove ci conduce questo brano? 
Non in cieli altissimi o in atmosfere rarefatte, non al di sopra di una cortina di nuvole come gli aerei che volano ad altezze vertiginose, ma ad un livello dal quale è ancora possibile contemplare il panorama cogliendone dall'alto ombre e luci, asperità e dolcezze, in quella visione d'insieme di cui parlavo prima. 
Ma non solo: Grieg sa guidarci ad esplorare anche il nostro paesaggio interiore, con una forza e una delicatezza che possono ricordare talora Schumann, altrove Chopin.

Dopo una lunga introduzione non priva di qualche passaggio soffuso di malinconia, ma concluso in dolcezza e solennità, è il pianoforte a dare - per così dire - il primo colpo d'ala e iniziare a librarsi, sotto le dita di uno straordinario Arthur Rubinstein qui ottantottenne. 
Luminosissime le prime note scandite lentamente, ma subito dopo una cascata di arpeggi può far pensare a un volo che prende quota ad ali spiegate, finchè il panorama non si apre in tutta la sua magnificenza.
Allora, sotto di noi possono configurarsi case e campi, fiumi e colline, in una geografia inusitata che ci restituisce il senso dell'unità nella varietà.  
Allora, dall'alto, tutto può acquistare una dimensione differente e un rinnovato incanto: deserti o montagne innevate, metropoli o piccole luci nella notte.
Ma le note - come spesso accade - ci regalano insieme anche i tratti di una nuova geografia interiore che ci allarga lo sguardo e il respiro, mentre si fa strada in noi una visuale più ampia e serena, come volassimo liberi sul mare aperto, portati proprio dalle ali della musica.

Buon ascolto!

sabato 8 luglio 2017

"Andante maestoso"

Ci sono intorno a noi luoghi così belli e ammantati di tale splendore - o almeno così paiono a me - da indurmi talora a pensare:"Quando sarà il momento, vorrei morire qui."
Sì, proprio qui dove sono ora per esempio, in un incantevole e appartato angolo di verde tra i monti. Magari mentre gusto, come ogni giorno, la mia tazzina di caffè in perfetta solitudine, tra l'ombra degli abeti marezzata dalla luce del mattino, il sole che gioca tra i rami e una brezza leggera. 
Si udrebbe solo un piccolo rumore di cocci o forse neanche quello, coperto come sarebbe dal fragore del torrente che scorre vicino, appena più in giù, di là dagli alberi. E resterei lì.

Ora lo so, qualche lettore premuroso si preoccuperà per la mia salute. 
O forse qualcun altro - un po' più allarmato - penserà che sono ammattita: 
"Ma che discorsi va facendo questa oggi ? Che stramberie sono? Torni alla musica per piacere, senza tediarci con certe tristezze nel cuore dell'estate!"
Vi tranquillizzo subito: sto benone.
Eppure stamattina, proprio mentre sorseggiavo il mio caffè contemplando il paesaggio circostante, questo pensiero mi si è affacciato alla mente già ben definito, affiorato da chissà dove come se neppure l'avessi formulato io.  
Ma non l'ho mandato via: ho cercato invece di farci amicizia per vedere dove mi avrebbe condotto.
Così mi sono resa conto che, in realtà, non è affatto un pensiero triste, ma - e forse è qui che vuole portarmi - sottintende uno star bene di cui divenire consapevoli e grati, come quando con un luogo scatta una corrispondenza segreta, una sorta di innesto nel tessuto del cuore.

Guardo il Gran Paradiso che domina la vallata con la sua imponenza, un panorama che - posso ben dirlo - mi appartiene praticamente da una vita e al quale, a mia volta, sento di appartenere.
Nella sua grandiosa bellezza, mi sovrasta e mi abbraccia come un ineludibile riferimento e il primo aggettivo che mi viene in mente è maestoso
E tuttavia mi pare che il suo splendore abbia insieme un che di nostalgico, il richiamo a una realtà più grande e infinita che non riusciamo ad afferrare compiutamente e di cui esso è solo segno e parvenza. Ma una parvenza tanto vicina alla sua pienezza che - una volta arrivato il momento - mi pare davvero che, da qui, il passaggio verso un altrove potrebbe essere più breve.
 
Forse non cambierebbe neppure il panorama, solo diverrebbe più nitido, come quando si dà più luce o contrasto o chiarezza ad una fotografia.
Forse resteremmo semplicemente là dove già siamo, ma leggendo meglio ciò che ora ci sfugge e passando da un modo di vedere mediato ad un altro immediato, senza diaframma alcuno. 
E penso che, come me, ciascuno di noi - in qualsiasi angolo di mondo o nel cuore di qualunque vicenda - abbia il proprio luogo di silenzio e nostalgia dal quale sognare una pienezza e per cui essere grato. Infinitamente.

Così, oggi ho cercato un brano che fosse maestoso come le mie montagne e ho scelto un pezzo tra i più celebri di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893).
Si tratta dell'incantevole "Pas de deux" dal balletto "Lo schiaccianoci", un "Andante maestoso" capace di rapirci col fascino del suo tema che si dispiega per un'intera ottava discendente sulla base di melodiosi arpeggi. 
Un tema che si ripete poi più volte: dolce, appassionato, solenne, fragoroso, drammatico e struggente come un sogno a lungo inseguito, ma soprattutto - almeno così a me pare - intriso di profondissima nostalgia.
Splendido in particolare - a 0,51 dall'inizio - l'intreccio tra la melodia che scende e il motivo suonato dalle viole che l'accompagna invece per successivi passaggi ascendenti.
Sembra quasi che il compositore, attraverso questa musica e i tratti di un'inconfondibile orchestrazione, abbia voluto esprimere gli svariati colori di un sentimento, le mille sfaccettature di un incontro tra finito e infinito.
A somiglianza dei cieli che - di momento in momento e di stagione in stagione - si avvicendano sul mio Gran Paradiso: ora tersissimi e ariosi, ora carichi di nuvole, ora delicati come i colori di un'alba invernale, ma anche intensi come il blu cobalto della notte.

Buon ascolto!

venerdì 30 giugno 2017

Un canto nella notte

L'altra sera, al consueto appuntamento settimanale col mio coretto di paese, abbiamo iniziato le prove dell' "Ave Verum" di Mozart.
Sì, proprio il famosissimo "Ave Verum Corpus K.618", mottetto in Re maggiore, splendido pezzo del repertorio di chissà quanti gruppi corali.

Era tanto che lo aspettavo, pregustando la gioia di poter entrare nel cuore vivo di un brano soavissimo come questo. 
Intendiamoci, i nostri coristi di più antica frequentazione - la vecchia guardia del gruppo, se così si può dire - lo conoscevano benissimo per averlo già cantato in passato e addirittura registrato in un concerto di tanti anni fa. 
Ma per me che sono e resto l'ultima ruota del carro, si trattava della prima volta e la cosa mi ha riempito di grande entusiasmo, aiutandomi a dimenticare i fastidi del caldo e della stanchezza serale. 
Del resto, la parte dei soprani tra i quali sono inserita, pur avendo la difficoltà di essere la più alta tra le quattro, in genere non è la più problematica perchè il suo andamento corrisponde all'aria sulla quale si snoda il pezzo. Pìù difficili sono invece le parti delle altre voci - contralti, tenori e bassi - che cantano melodie talora del tutto diverse da quella principale, alla quale fanno da sostegno dandole spessore e profondità.

Bene. Per tanti di noi si trattava quindi di un ripasso, ma il nostro maestro, giustamente attento al rispetto della corretta tonalità, ma anche alle dinamiche del testo e all'equilibrio tra le varie sezioni, ci ha fatto praticamente rifare tutta la parte iniziale.
Prima i tenori da soli, poi i bassi, poi tenori e bassi insieme; in seguito tenori coi soprani. Poi i contralti da soli, poi coi soprani, poi coi tenori, infine tutti. 
Forse ho saltato qualche passaggio, ma chi canta in un coro sa bene di che cosa sto parlando anche se, in realtà, non è così semplice come dirlo. 
Capita infatti che ogni frase musicale debba essere ripetuta più volte, perchè l'orecchio di un maestro sa cogliere ogni minima sfumatura di errore, ogni nota calante, ogni ritardo nel tempo fino al più piccolo squilibrio tra le voci. 
E allora....da capo!
Insomma, alla fine il canto ha preso forma: una costruzione progressiva che ci ha condotto ad entrare gradatamente nel testo e a sentirlo nel suo farsi, nel suo crescente splendore polifonico e in un'armonia sempre più marcata e piena. Una meraviglia!

Ma c'è di più.
Il fatto è che, dato il caldo della serata estiva, cantavamo con la finestra aperta sui tetti e sulla campagna vicina, mentre il profilo delle case - uno skyline di tegole e vecchi comignoli - prima stagliato contro il cielo blu cobalto, pian piano affondava nel buio. 
Dico la verità: non c'era la luna in cielo a sollecitare in me suggestive reminiscenze leopardiane o a splendere come nella foto in alto che pure è bella e rende bene l'atmosfera della notte. 
C'era però il nostro canto - interrotto e poi ripetuto con crescente intensità - che, uscendo dal chiuso, andava a spandersi nell'aria prendendo risalto dalla calma e dal silenzio circostante.
Ed è stato così che - il maestro mi perdoni - a un certo punto mi sono persa via con la mente, immaginando l'effetto che la soavità del brano di Mozart doveva fare su chi, forse, in quel momento lo sentiva da lontano.

Cantavo e insieme pensavo a quale sopresa, quale stupore doveva suscitare l'eco di quelle note, giungendo a chi sostava sulla piazzetta della Chiesa per due chiacchiere, o a chi faceva la sua passeggiata serale in cerca di fresco, o ancora a chi, sulla strada che viene su dai campi, guidava piano magari col finestrino aperto. Per effetto della lontananza, perdendosi nell'aria, la melodia doveva arrivare proprio "sottovoce", così come Mozart aveva disposto nelle indicazioni del testo.
Pensavo allo splendore di questa musica capace di entrare nell'anima come un miracolo di bellezza che ti cambia dentro regalandoti uno sguardo nuovo, e avevo l'impressione che, vagando lenta nel silenzio della notte, si posasse sulle cose come una benedizione facendo affiorare il loro segreto incanto.
 
Ma al tempo stesso riflettevo su quale immenso dono sia far parte di una corale e quali risvolti di poesia abbiano talora in sè anche le fasi preparatorie di un lavoro, al di là della fatica o della stanchezza, dell'infinita pazienza o del caldo di una sera di fine giugno.

Buon ascolto!