domenica 14 gennaio 2018

Neve di gennaio

(Foto prese dalla pagina Facebook "La valle di Cogne")
È nevicato parecchio.
La neve tanto attesa è scesa insolitamente fitta e copiosa su tutto l'arco alpino, creando talora alcuni disagi, ma offrendoci anche uno spettacolo che da anni ci mancava.

Guardo le immagini del mio paesetto di montagna trovate sul web e vado cercando il panorama che ben conosco nella nuova fisionomia del paesaggio invernale: una baita, una fontana, un sentiero ormai affondato nel biancore, il cielo grigio che nasconde le abetaie, il silenzio.
Tutto ormai ha un aspetto diverso ed è proprio questo a condurmi indietro negli anni e al tempo stesso avanti, in una dimensione per certi versi familiare ma per altri straniante.
Da un lato, le foto mi riportano alla mia infanzia e alle figure del mio libro di prima o forse seconda elementare. 
Era il mio approccio con il mondo attraverso le immagini delle stagioni, dove l'inverno era un piccolo universo familiare e raccolto di cui scoprire l'intimità e davanti al quale lasciarsi cullare dallo stupore. Immagini destinate a fissarsi nel cuore e alle quali riandare talora con nostalgia di bambini, come a un sogno che da sempre ci appartiene.
Dall'altro, la grande nevicata che toglie alle cose il loro aspetto consueto mi lascia la percezione e insieme lo sgomento di un tempo nuovo e sconosciuto, di una solitudine nella quale ogni legame si dissolva e si rimanga, semplicemente, davanti a se stessi. Ma anche una solitudine dove specchiare la propria anima e accoglierne la verità - qualunque essa sia - con pacificante dolcezza.
E sento che il brano di Bach che oggi vi propongo sa farsi voce di tale percezione in modo, a dir poco, mirabile.
Si tratta del Preludio corale BWV 639 "Ich ruf' zu dir, Herr Jesu Christ" ("Io ti invoco, Signore Gesù Cristo") che molti ricorderanno di aver ascoltato - tra l'altro - all'interno della colonna sonora del film "Solaris" di Andrej Tarkovskij. 
Non ho scelto però l'originaria versione per organo, ma quella per violoncello e pianoforte che, nonostante accentui la tristezza della composizione, ne accresce a mio avviso anche il fascino e la profondità.

Il pezzo si snoda lento nella malinconica oscurità del fa minore, segnato dal canto dolente del violoncello, accompagnato con passo sempre uguale dal pianoforte e tuttavia non privo di aperture di luminosa speranza negli splendidi passaggi in tonalità maggiore fino al lievissimo finale. 
Scritto dal compositore un anno prima della morte, il brano è semplice e solenne, essenziale e rigoroso: un Bach più che mai sublime nella capacità di interpretare il dolore di ogni essere umano, facendo affiorare l'invocazione che sta al fondo della sua anima.
Un brano che si addentra con intensità struggente in un abisso di tenebra, ma che su di essa proietta anche spiragli di una luce che viene dall'Alto, suggerendoci un dolce abbandono alla consolazione che ne deriva.
Così come questo paesaggio, sotto la sua coltre di neve, c'induce a contemplare la vita dentro e fuori di noi, l'antico e il nuovo, il familiare e l'ignoto, il passato e il tempo che verrà.

Buon ascolto!

sabato 6 gennaio 2018

"Laetentur caeli..."

















Il primo post del nuovo anno, in coincidenza con la festa dell'Epifania, mi induce a regalare a chi passa di qui un' Adorazione dei Magi. 
Il tema arricchisce e completa quello della Natività, e su di esso si sono soffermati moltissimi artisti dal Medioevo in poi, sia con mosaici che con dipinti o rilievi scultorei. 
Tra questi, ho scelto l' "Adorazione dei Magi" dipinta dal senese Giovanni di Paolo (1398 ca. - 1482) e conservata alla National Gallery of Art di Washington.
Il pittore si colloca all'interno di quella fase di passaggio dell'arte tra Medioevo e Rinascimento che prende il nome di Gotico internazionale.  
Si tratta di uno stile che riflette la raffinatezza della vita cortese privilegiando l'eleganza delle linee, la brillantezza dei colori e talora un ricco decorativismo: non a caso alcuni artisti, prima che pittori, sono stati eccellenti miniatori.
Insieme a tali caratteri, inoltre, le varie rappresentazioni accostano forme a volte ancora fantasiose e fiabesche ad altre che, invece, tendono già ad un'impostazione prospettica di maggiore realismo. 
Tra i vari artisti italiani, vanno ricordati Gentile da Fabriano, il Sassetta, Pisanello, Stefano da Verona e Gherardo Starnina, solo per citarne alcuni.

Ma torno al tema del dipinto. L'iconografia con cui esso viene raffigurato si compone solitamente di due parti: la scena principale dove i Magi, davanti a una grotta o a una capanna, adorano il Bambino offrendogli doni, e il corteo che li accompagna snodandosi per monti e vallate, spesso in rappresentazioni di affascinante ricchezza descrittiva come - per esempio - quella di Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici Riccardi a Firenze.
La tavola di Giovanni di Paolo s'inquadra in questi caratteri anche se, per certi versi, fa eccezione.
Qui infatti non troviamo il corteo in tutta la sua lunghezza e il suo fasto, probabilmente perchè il dipinto - di dimensioni piuttosto piccole (27 x 46 cm.) - faceva parte di una predella formata da vari riquadri. Vi possiamo osservare tuttavia altri elementi sempre tipici del Gotico internazionale.

Un primo aspetto è l'atteggiamento dei Magi sui quali si focalizza la scena, eleganti nei loro mantelli damascati e raffigurati come di consueto in tre posture diverse: il primo prostrato ad adorare il Bambino, il secondo in ginocchio e il terzo ancora in piedi.
Altro elemento degno di nota è il contrasto evidentissimo tra la grotta scavata nella montagna - disegnata ancora in modo fantasioso e approssimativo nelle proporzioni - e l'edificio chiaro sulla destra la cui apertura richiama un arco senese e mostra un tentativo, sia pure incerto, di costruzione prospettica.
Realistico è poi il particolare delle due donne dietro la Vergine che prendono in consegna uno dei doni e - quasi appartate rispetto alla scena principale - sono forse intente a commentare tra loro l'evento.

Tuttavia, a mio avviso, il vero grande fascino di questo dipinto sta nel paesaggio che si delinea in fondo sulla sinistra, individuato con una precisione che - considerate le piccole dimensioni della tavola - rivela la straordinaria abilità pittorica dell'autore.
Meravigliosa quell'apertura sui campi coltivati, verso un orizzonte dal cielo di un blu di smalto! Ordinatissimi quegli appezzamenti di terreno scanditi da una minuziosa suddivisione geometrica! Campi coltivati che la pittura medioevale ci ha già mostrato - per esempio - nei dipinti di Ambrogio Lorenzetti, interessante documento del paesaggio agrario dell'epoca. Tuttavia, quelle colline di forma conica che sorgono improvvise dalla pianura c'inducono a sognare, in una prospettiva che - ancora una volta - fonde realtà e fantasia.
Ma affascinante anche l'accostamento di spazi lontani e vicini: dalla suggestione delle terre remote da cui provengono i Magi, sullo sfondo, alla scena in primo piano, resa più intima e familiare dal gesto del Bambino con la manina benedicente sul capo del più anziano dei re. 
Così pure, la stella in cima grotta, simile a un sole che sorge, sembra illuminare tutto il quadro, suggerendo che la nascita di Gesù in un piccolo angolo della terra è destinata in realtà al mondo intero.

E l'invito all'adorazione che ci viene da questo dipinto passa ora alla musica con un brano di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921). 
Si tratta del famosissimo "Tollite hostias", pezzo conclusivo del suo "Oratorio di Natale op.12".
Tra le varie interpretazioni, ho scelto questa del coro della Cattedrale di Berlino perché mi sembra ricca di grande freschezza. 
L' entusiasmo evidente nell'attentissima direzione del maestro e nel sorriso luminoso dei piccoli cantori ci regala infatti una gioia che risolleva l'anima, rendendo più viva e vicina a noi la letizia che risuona nel "Laetentur caeli et exultet terra".

Buona visione e buon ascolto!

domenica 31 dicembre 2017

Buon Anno !!!

Giusto de' Menabuoi: "Dio benedice il creato" - Padova, Battistero.
Alla fine di un anno, la musica insieme alla liturgia intona - o dovrebbe intonare - il tradizionale "Te Deum"
Ma mentre navigavo su youtube, cercandone una versione tra i vari brani di Verdi, Haydn, Mozart e Charpentier, mi sono lasciata prendere invece dallo splendore di un altro pezzo, ed è proprio questo che voglio condividere con voi oggi.
 
Non è propriamente un "Te deum", ma sempre un inno di ringraziamento che - da quanto mi par di capire - più che alla fine dell'anno solare, si cantava al momento del raccolto, tant'è vero che il titolo prende spunto dal Salmo 65 (vv.10 e 12) dove risuona la lode a Dio per lo splendore e la fecondità della campagna. Tuttavia mi è parso adatto anche alla conclusione di un anno e, al tempo stesso, come brano augurale per quello nuovo.

Si tratta dell'inno "Thou Visitest the Earth" del compositore inglese Maurice Greene (1696 - 1755).
Il pezzo mi ha subito affascinato perché arieggia una melodia che mi sono accorta di conoscere, qualcosa che ho scoperto essere depositato nel profondo della mia memoria, come in un misterioso fondale marino dal quale improvvisamente è affiorato. Dopo le prime battute, mi sono ritrovata infatti a cantarne l'aria col solista e poi col coro sull'eco di reminiscenze lontane, lontanissime, soprattutto da 1,40 dall'inizio fino alla conclusione.

Stante il fatto che del suo autore - contemporaneo di Haendel e di Bach - ignoravo l'esistenza fino a pochi giorni fa, non so proprio come possa ritrovare in me le sue note. Dove ho già sentito questa musica?
Non ad un concerto, lo escludo. È piuttosto qualcosa che ascoltavo abitualmente. Forse avevo il brano in qualche vecchia compilation su audiocassetta, di quelle che mi creavo artigianalmente ai tempi dell'università o poco dopo, registrando spesso i brani dalla radio così come capitava, talora senza riuscire neanche a scoprirne l'autore. Musiche ascoltate e riascoltate fino a consumare il nastro...
Ma è probabile che qualche passaggio di questa splendida melodia riecheggi anche in altri musicisti del periodo barocco, da Haendel a Rameau.
E - guarda caso - proprio in Rameau, precisamente nella parte finale del famosissimo "Hymne à la nuit" a lui attribuito, è possibile ritrovare alcuni passaggi pressocchè identici.

Ma il brano di Greene mi prende anche per il suo ritmo molto simile a quello di una danza. Del resto non è raro che - in passato - gli inni di carattere religioso prendessero spunto da danze profane. E mi pare ben si adatti al tema del ringraziamento un testo che inneggia a Dio che visita la terra, la benedice e corona l'anno con i suoi benefici. Parole e note che - sia nel canto iniziale del solista che nella successiva ripresa da parte delle quattro voci del coro - ci allargano il cuore dandoci respiro e serenità. 
Ci conducono infatti ad intuire la forza della benedizione divina che, lungi dall'essere qualcosa di estraneo o lontano, somiglia piuttosto ad un sorriso, ad uno sguardo pieno di benevolenza e incoraggiamento, tanto vicino da essere intrecciato alla nostra vicenda quotidiana.
Un sorriso che suscita in noi speranza, colmandoci di una leggerezza gioiosa e ben augurale anche per l'anno che verrà.

Buon ascolto e Buon Anno!

lunedì 25 dicembre 2017

Buon Natale !!!






















 
Caravaggio (1571 - 1610) : "Adorazione dei pastori" (part.)
Messina, Museo Regionale.

Johann Sebastian Bach (1685 - 1750) : "O Little One Sweet" ("O Jesulein süß BWV 493")

mercoledì 20 dicembre 2017

"A passi tardi e lenti..."

Nel mio viaggio di musica in musica, anche oggi desidero soffermarmi su Vivaldi con un altro Adagio
Non è tratto - questa volta - da un concerto dedicato al Natale, ma è un pezzo a mio avviso ancora più affascinante per la luminosità dell'oboe solista e il suo dolce inanellarsi di note. 
Così, non ho resistito al desiderio di condividerlo subito qui con voi.

Si tratta del secondo movimento, "Adagio", dal "Concerto in Fa maggiore per oboe, archi e basso continuo RV 458".
A sedurmi è stato il suo incedere lento, scandito dagli accordi introduttivi con un andamento riposante che allarga il respiro e ci accompagna con un passo che ha il ritmo dell'anima.
Anche qui il tono è assorto e contemplativo come nel pezzo della scorsa settimana. Ma se quello era meno movimentato e - a parte pochi interventi del violino - la melodia coincideva esattamente con l'impianto armonico, in questo brano sono le variazioni dell'oboe a costruire il tema, disegnando un'aria essenziale ed espressiva d'incomparabile luminosità.

Ogni volta che ascolto Vivaldi, resto meravigliata dalla fantasia e varietà dei suoi adagi, peraltro numerosissimi, che vanno a scandagliare gli anfratti più segreti dell'anima traendone ora nostalgia e sgomento, ora dolcezza e luce con intensità sempre nuova.
E per contro, mi vengono in mente le parole attribuite a Stravinsky che, proprio parlando di lui, avrebbe detto:
"Vivaldi chi? Quello che scrisse ottocento volte lo stesso concerto?".
Su quell'ottocento le fonti sono discordi, ma la battuta - anzi battutaccia - se da un lato riconosce nel compositore veneziano la presenza di uno stile inconfondibile, dall'altro lo accusa di essersi irrimediabilmente ripetuto.
Naturalmente non è così. Infatti, per quanto la musica dei vari autori presenti caratteri distintivi ricorrenti e spesso ben riconoscibili, quella che talora sembra pura e semplice ripetizione, in realtà non lo è quasi mai. 
È invece l'impronta della loro anima, il canto che percorre le loro note come un fiume sotterraneo, o come l'alba di ogni nuovo giorno simile alla nostra quotidiana dimensione esistenziale. Il sole sorge sempre, ma non c'è mattino uguale al precedente per il cielo, la stagione, l'atmosfera e soprattutto per il clima interiore che viviamo e di cui esso si carica.

Qual è allora il clima predominante di questo brano? 
A me pare sia quello di un dialogo con se stessi in solitudine e in meditazione, di un cammino "a passi tardi e lenti" - avrebbe detto il Petrarca - nel quale seguire il respiro della propria interiorità. 
E proprio questo tornare a se stessi non può non riportarmi ad altri pezzi del periodo barocco: per esempio, alla celeberrima "Aria" di Bach dalla "Suite n.3 per orchestra BWV 1068", o all'altrettanto famoso "Adagio per oboe e archi" di Benedetto Marcello per quanto la sua tonalità - re minore - si carichi di intensa malinconia. 
Ma pur con lo stesso passo scandito da un senso di profonda quiete, il fa maggiore del brano di Vivaldi ci regala una melodia più luminosa e sognante, come percorressimo un sentiero nella neve, pervasi da una serenità senza tempo, mentre lo sguardo accarezza il paesaggio circostante marezzato dalla luce del mattino.

Buon ascolto!

giovedì 14 dicembre 2017

"Riposo" vivaldiano

C. Monet: "Neve ad Argenteuil"
Mi accade ogni tanto - e credo di averlo detto già in passato - di provare nostalgia per quegli autori che magari, per un certo periodo di tempo, ascolto più raramente di altri o non pubblico qui.

Capita infatti che, per quanto l'ispirazione della maggioranza dei compositori si dispieghi in una molteplicità di sfaccettature, dopo una lunga frequentazione, ciascuno finisca per rivestire per noi un significato particolare, quasi le sue note si identificassero con qualche momento della nostra vita e con esse si creasse una sorta di familiarità e vicinanza d'anima. Ebbene, mi capita talora - e penso sia così un po' per tutti - di avere nostalgia proprio di tale vicinanza che la musica sa regalare tanto intensamente, come se ci si potesse immergere nelle emozioni o nelle atmosfere che essa evoca.
Per questo, dopo diversi mesi, desidero tornare oggi ad Antonio Vivaldi e al fascino delle sue creazioni con un brano brevissimo, ma a mio avviso molto suggestivo, tratto da uno dei vari pezzi scritti in occasione del Natale.

Tutti sappiamo che i concerti del compositore veneziano - per la loro attitudine descrittiva e per l'armonia imitativa che talora li contraddistingue - hanno spesso titoli quasi programmatici a cominciare dalle "Quattro stagioni". Ma se proseguiamo nella nostra ricerca troviamo anche "La caccia", "Il corneto da posta", "La tempesta di mare", "Il gardellino", "La notte", "Il Gran Mogul". E poi ancora "Il sospetto", "L'amoroso", "L'inquietudine" o "Il favorito", solo per citarne alcuni. Titoli che si riferiscono alla natura e insieme all'indole dell'uomo.
Ma quello che mi ha colpito in particolare - e da cui è tratto il brano di oggi - è il "Concerto in Mi maggiore RV 270 per violino e archi" intitolato "Il riposo" e - come si legge in alcuni testi - scritto "per il Santissimo Natale".

Mi piace molto che qui Vivaldi abbia associato il Natale all'idea del riposo, forse perchè questa ricorrenza - e soprattutto il periodo che la precede - è ormai caratterizzata da un fermento che, se da un lato può essere piacevole o elettrizzante, dall'altro ci allontana dal vero significato della festa e in fondo da noi stessi.
A mio avviso, non c'è niente come la musica che sappia riportarci al clima giusto, introducendoci al tempo natalizio con la distensione dell'ascolto e il riposo della contemplazione.
Allora quello che vi propongo è il secondo movimento del concerto, l' "Adagio".

Brevissimo, il brano è uno di quei magici pezzi di transizione tra l'Allegro iniziale e quello finale, in cui Vivaldi è maestro nel creare un'aura di meditazione o di nostalgia che resta volutamente in sospeso, come in attesa.
Non ci sono luci sfolgoranti o colorate, nessun tocco di vivacità, ma tinte smorzate e lievi, adatte ad un clima assorto come quello - per esempio - di chi si prepara a contemplare il sonno di Gesù Bambino nella mangiatoia.
Ma anche se il suo ritmo non è quello di una pastorale come i pezzi più celebri di Haendel e di Corelli, questo Adagio si addentra nel nostro cuore con uguale dolcezza e con un incedere lento il cui tema coincide con l'impianto armonico del brano. Sono pochi, intensi ed essenziali accordi quelli che ci avvolgono e che, con il loro riverbero, ci immergono in un'atmosfera di una rara intimità, simile a quella del dipinto di Monet nel riquadro. 
Insieme a queste note infatti, la suggestione della neve, che si fonde col grigiore del cielo e il silenzio della campagna, ci induce a vivere dentro e a cercare qualche momento di tranquilla solitudine.
Un riposo contemplativo che abita prima di tutto nell'anima e nel cuore della musica.

Buon ascolto!

giovedì 7 dicembre 2017

Nel segno della gioia

E' sempre bello constatare che, in ogni settore professionale, se un lavoro viene svolto con competenza e passione, prima o poi diventa fonte di gioia non solo per coloro che ne sono i destinatari, ma prima di tutto per chi lo realizza.

Quando la qualità dell'impegno è alta, si arriva infatti a un punto in cui la fatica, la perseveranza, la pazienza necessarie ad apprendere un'abilità, lasciano spazio alla gioia e talora anche al divertimento. Non perchè la fatica scompaia, ma perchè viene superata dal piacere stesso del lavoro, dalla soddisfazione di vedere un oggetto che prende forma dalle nostre mani, dal gusto di trasmettere una passione, dal desiderio di ricercare il meglio e via dicendo. Se poi tale lavoro non è individuale ma coinvolge un gruppo, allora, come a volte capita che aumentino i problemi, altrettanto però può moltiplicarsi la gioia.

Il mondo della musica non fa eccezione, anzi, è forse uno degli esempi più significativi a questo riguardo. Molteplici infatti sono le difficoltà che deve affrontare chi si appresta a suonare uno strumento non da semplice dilettante. Ma proprio la musica diviene poi sorgente di quell' entusiasmo che sgorga spontaneo dall'anima di un solista o di un'intera orchestra, quando si riesce ad interpretare una partitura lasciandosi catturare dal suo splendore. 
L' emozione che ne deriva è tale da contagiare gli altri, come spesso si osserva non solo nel clima delirante di un concerto rock, ma anche nella partecipazione appassionata di un direttore d'orchestra, di un solista o di un gruppo corale. Si vive infatti la musica dal suo interno e tale contatto vivo - e in qualche modo ri-creativo - genera un gusto impagabile.

Per questo, oggi vi propongo un video dove tale sapore interpretativo è tangibile sull'onda di un pezzo di Ludwig van Beethoven e di una solista d'eccezione.
Si tratta del terzo movimento, "Rondò: molto allegro", dal "Concerto per pianoforte e orchestra in Si bemolle maggiore n.2 op.19", qui mirabilmente interpretato da Martha Argerich.
Fin dalle prime battute, è lei a dominare, con la sua espressione grintosa e in apparenza un po' corrucciata, con quello sguardo talora obliquo ma in realtà concentratissimo, attenta e al tempo stesso quasi noncurante, energica e dolce, strepitosa signora del pianoforte che padroneggia al pari di un direttore d'orchestra.
Festoso e scattante, concitato e leggero, il "Rondò" di Beethoven sembra costruito appositamente per esaltare le doti e il virtuosismo di chi suona. 
Le mani della pianista si muovono infatti con precisione e una sicurezza quasi spregiudicata anche sui trilli e i passaggi più veloci. Mani un po' tozze, a dire il vero, in apparenza non particolarmente affusolate e delicate come quelle di altri solisti, ma capaci di un tocco che nasce da un talento innato, come se la musica fosse parte di lei, ricamata nel suo dna.
E alla sua strepitosa bravura, si unisce un gusto interpretativo evidente anche dalla sua espressione: ora serissima e assorta, ora divertita e segnata da un sorriso che affiora lieve a sottolineare i passaggi più gioiosi e giocosi del brano, mentre i cenni del capo ne seguono il ritmo.

Una Argerich briosa e trascinante come questa musica di Beethoven, tanto da coinvolgere il direttore, gli orchestrali, il pubblico in sala e arrivare fino a noi che - dietro lo schermo di un computer - osserviamo col cuore attento. Anche noi destinatari di tale gioia.

Buona visione e buon ascolto!

giovedì 30 novembre 2017

"Sa qui turo..."

Caravaggio: "Suonatore di liuto" (part.) - San Pietroburgo - Hermitage
Le mie scorribande su youtube proseguono.
Così, di musica in musica, è stato proprio navigando tra i brani correlati a quello della settimana scorsa che sono gioiosamente approdata al pezzo di oggi.
Ancora una volta, infatti, mi sono lasciata catturare dalla bravura degli strumentisti dell' "Arpeggiata" e, dopo la "Ciaccona del Paradiso et dell'Inferno", ho scovato il brano che sentirete.

Ma prima vale la pena dare qualche cenno in più su questo singolare ensemble.
Il gruppo è sorto nel 2000 a Parigi sotto la direzione dell'austriaca Cristina Pluhar e va alla riscoperta di musica antica - soprattutto europea ma anche di altri continenti - benchè talora non manchino digressioni addirittura verso il jazz. Non solo il repertorio, ma anche gli strumenti sono in parte moderni e in parte d'epoca (chitarra barocca, arciliuto, cornetto, violino barocco, salterio, ecc.) così che ne deriva un'originale e accattivante fusione di timbri e di ritmi.

Il brano di oggi può rientrare nel genere della musica etnica. 
Si tratta infatti un villancico, composizione musicale di origine popolare, inizialmente monodica e poi polifonica, nata nella penisola iberica nel periodo rinascimentale e successivamente esportata nelle colonie spagnole e portoghesi. Prima di argomento amoroso o comunque profano, si caratterizza in seguito - nel periodo della Controriforma - per il contenuto religioso.

Quello che ascolterete, trovato in un manoscritto anonimo del XVII sec. nel monastero di Santa Cruz a Coimbra, in Portogallo, può essere definito un canto popolare natalizio dei negritos di Guinea. La lingua è infatti un'imitazione di quella dei neri delle colonie, mista di afro-lusitano, portoghese e spagnolo. S'intitola "Sa qui turo" ed è tratto dal cd "Los impossibles" uscito nel 2006.
Eccovi la traduzione del testo:

"Tutti qui son gente nera / tutta gente di Guinea / he he he / tamburo, flauto e nacchere / e sonagli ai piedi /he he he./ Faremo una festa/ in onore del piccolo Manuè (Emanuele) / he he he! / Canta Baciao (Bastiano) / canta tu Thomé (Tommaso)/ canta tu/ canta tu, Flanciquia (Francesco) / canta Caterija (Caterina) / canta tu/ canta tu, Flunando (Fernando) /canta tu Resnando / canta tu. / Ascoltate ascoltate:/ tutti i neri sanno cantare / cantiamo e balliamo /cantiamo e balliamo / perchè siamo liberi / suoniamo e cantiamo / ci divertiamo e suoniamo/ suoniamo il tamburino, il flauto e i sonagli / diciamo viva / viva la nostra Signora e viva Zuzè (Giuseppe)."

Ma per tornare strettamente alla musica, se nel brano della scorsa settimana l'ensemble dell' "Arpeggiata" aveva come solista lo straordinario Philippe Jaroussky, questa volta accompagna i prestigiosi "King's Singers".
Belli da vedere e da ascoltare, appassionati e grintosi sia nella coesione che nell'intonatissima alternanza delle voci dal basso fino ai controtenori, ci offrono qui un esempio di mirabile polifonia. Ne deriva un'interpretazione di grande fascino che - insieme alla parte strumentale e in particolare alle percussioni - sottolinea e valorizza il ritmo coinvolgente del pezzo.

E ora che il calendario ci conduce verso l'Avvento, mi piace pubblicare questo brano che, nell'accogliere in festa Gesù Bambino - il menino Manuè - mette in gioco ed esorta a cantare ogni singola persona, chiamandola per nome.

Buon ascolto!

mercoledì 22 novembre 2017

"O che bel stare è stare in Paradiso..."

Domenichino (1581 - 1641) : "S.Cecilia col coro"
La ricorrenza della festa di Santa Cecilia, che qui ho più volte celebrato, mi ricorda che il tempo vola e questo mio angoletto di web da circa un mesetto - giorno più, giorno meno - ha compiuto la bellezza di sette anni!!!

Metto proprio tre punti esclamativi perchè, all'inizio della mia piccola avventura di blogger, mai avrei immaginato la sua durata e soprattutto l'immensa gioia che mi avrebbe regalato. 
Ma se oggi, a distanza di anni da quel primo post del 2010, mi ritrovo dentro ancora intatto l'entusiasmo della condivisione, devo dire GRAZIE agli amici lettori che, conosciuti o sconosciuti, esplicitamente o meno, commentando o in silenzioso ascolto dietro un computer, hanno gustato con me l'inesauribile splendore della Musica.

Tuttavia, parlare di entusiasmo intatto non è pienamente rispondente al vero perchè - com' è naturale per ogni cosa - lo scorrere del tempo cambia il nostro modo di essere insieme alle nostre percezioni. Così a volte, alla prova del quotidiano e confrontate con quelle altrui, le esperienze assumono connotati e spessore diversi, a somiglianza di un cammino in continuo mutarsi e divenire. 
Bene. Alla luce di tutto ciò, devo dire che il mio entusiasmo non è intatto per il semplice motivo che è raddoppiato e, se ieri muovevo i primi passi gioiosi ma un po' incerti, oggi il mio desiderio di condividere ha messo radici in una convinzione sempre più solida e serena.
Insomma, non mi sono ancora stancata e questo - oltre che a tutti voi - lo devo alla Musica che, con la sua infinita e multiforme Bellezza, mi ha regalato il piacere dell'ascolto sollecitando in me anche tanta voglia di imparare.

È alla luce di tali considerazioni che mi piace festeggiare ancora una volta Santa Cecilia dedicandole un brano che mi ha catturato, nonostante sia un po' diverso rispetto alle mie consuete scelte musicali.
Si tratta della celebre "Ciaccona di Paradiso et dell'Inferno" dalla raccolta intitolata "Canzonette spirituali e morali" (Milano, 1657), scritta e musicata da un Anonimo del XVII sec.
Il pezzo si dipana in una sorta di contrasto di accattivante teatralità tra il coro e il solista - qui interpretato dal famosissimo controtenore Philippe Jaroussky - accompagnati dall' "Arpeggiata", ensemble vocale e strumentale di musica antica diretto da Cristina Pluhar.
Eccovi il testo:

"O che bel stare è stare in Paradiso
dove si vive sempre in fest'e riso
vedendosi di Dio svelato il viso.
O che bel stare è stare in Paradiso!

Ohimè che orribil star qui nell'Inferno
ove si vive in pianto e foco eterno
senza veder mai Dio in sempiterno.
Ahi ahi che orribil star giù nell'Inferno!

Là non vi regna giel, vento, calore,
che il tempo è temperato a tutte l'hore,
pioggia non v'è, tempesta, nè baleno,
che il Ciel là sempre si vede sereno.

Il fuoco e 'l ghiaccio là, o che stupore,
le brine, le tempeste e il sommo ardore
stanno in un loco, tute l'intemperie
si radunan laggiù, o che miserie!

Havrai insomma là quanto vorrai,
e quanto non vorrai non haverai.
E questo è quanto, o Musa, posso dire,
però fa pausa il canto e fin l'ardire.

Quel ch'aborrisce qua là tutto havrai,
quel te diletta e piace mai havrai
e pieno d'ogni male tu sarai,
dispera tu d'uscirne mai, mai, mai!

O che bel stare è stare in Paradiso
dove si vive sempre in fest'e riso
vedendosi di Dio svelato il viso.
O che bel stare è stare in Paradiso!"

Nella successione di quartine di endecasillabi cantate alternativamente dal solista e da due strumentisti che fungono da coro, si descrive la vita dei beati e dei dannati con espressioni che hanno radici sia nella letteratura che in tanti dipinti medioevali sull'argomento. 
Assolutamente straordinaria la voce di Jaroussky - in voluto contrasto con quelle solo in apparenza disordinate dei due coristi - così come la simpatica ironia con cui viene interpretato il brano. 
Spero che Santa Cecilia - dal Paradiso appunto - approvi questa dedica un po' singolare e sorrida con noi.

Buona visione e buon ascolto!

giovedì 16 novembre 2017

Profumo di glicine

Delicato e intenso, il brano di oggi!
Me lo sto ascoltando da qualche giorno, da quando cioè ho pubblicato il "Rondò espressivo" di Carl Philipp Emanuel Bach, perchè era tra i pezzi correlati che youtube propone sempre a lato della video-clip principale. 
Così, non ho neppure avuto bisogno di mettermi alla ricerca come faccio di solito, almanaccando piacevolmente quale musica postare questa settimana, perchè mi sono trovata il brano già pronto, quasi mi fosse stato offerto su di un piatto d'argento!
Mi è bastato ascoltarlo per decidere subito che non solo l'avrei pubblicato, ma ne avrei anche cercato il testo, poi puntualmente trovato attingendo alla Biblioteca Musicale Petrucci (IMSLP - International Music Score Library Project), inesauribile fonte di spartiti di pubblico dominio. 
Così ora me lo sto suonicchiando e non vi dico la gioia.

Sì, è proprio quello di cui vedete le prime battute nel riquadro, colorato da me in quell'azzurro che tende un po' al glicine, perchè mi pare accordarsi dolcemente con l'atmosfera in cui le note ci conducono. 
E se ai colori si può assegnare un significato simbolico, mi piace pensare che questo esprima la delicatezza che ritrovo nel brano e, per una magica sinestesia, mi riporti anche il profumo del fiore.

Non è Bach questa volta, nè alcuno dei suoi familiari, ma il suo famosissimo contemporaneo Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759) con l' "Allemanda" dalla "Suite n.3 in re minore HWV 428".
Confesso che il pezzo mi ha preso perchè il suo incipit - giusto una battuta e mezza - ricorda molto da vicino quello dell'Allemanda della celebre "Partita n.2 in do minore BWV 826" composta da Bach qualche anno più tardi. Cambia solo la tonalità, ma l'andamento melodico delle prime otto note è identico. 
Poi le due composizioni prendono strade diverse, anche se entrambe segnate dal ritmo lento e dolce, tipico della danza.

Nato per clavicembalo, il pezzo di Haendel viene qui eseguito al pianoforte.
La domanda nasce spontanea per questo come per brani analoghi che ho già pubblicato, a cominciare da quello della settimana scorsa: è un'operazione corretta interpretare la musica barocca con strumenti che, all'epoca, non esistevano? È giusto suonare un pezzo scritto nel Settecento conferendogli connotazioni e sonorità quasi romantiche? 
So già quale sarebbe la risposta dei puristi che, certo, ha una sua ragion d'essere nell'obiettivo del recupero filologico di una partitura. 
Tuttavia, ho sempre trovato che la morbidezza e la duttilità del suono del pianoforte sappiano risvegliare anche le sfaccettature più segrete di un testo e, alla fine, ciò costituisca un valore aggiunto al suo splendore.
In ogni caso, anche al di là dello strumento usato e della struttura comunque rigorosa di questa "Allemanda", in essa si possono notare un'espressività e un colore che probabilmente derivano ad Haendel dal significativo contatto con lo stile di altri autori, conosciuti in particolare nell'arco dei suoi viaggi in Italia.

Lasciamoci quindi accarezzare da queste note che ci toccano con delicatezza, anche perchè la ripresa di ciascuna delle due parti del brano è giocata qui su di un'ottava più alta - almeno per la mano destra - cosa che conferisce alla melodia un tono intimo.
E se poi questo Haendel vi intriga, potete andare a risentirvi la "Suite n.1 in La maggiore HWV 426" che avevo postato tempo fa proprio qui, più varia e vivace nell'eterogeneità delle sue parti, ma ugualmente ricca di fascino.

Buon ascolto!

mercoledì 8 novembre 2017

Figli d'arte

T. E. Rosenthal: "J.S.Bach all'interno della sua famiglia"
Dopo il brano della volta scorsa tratto dal quel monumento bachiano che è "Il Clavicembalo ben temperato", oggi restiamo in famiglia. 
Quello che vi propongo è infatti un pezzo scritto da Carl Philipp Emanuel Bach (1714 - 1788), secondogenito del grande Johann Sebastian.

Sappiamo tutti che Bach ha avuto ben 20 figli - 7 dalla prima moglie Maria Barbara e 13 dalla seconda Anna Magdalena - parecchi dei quali morti al momento della nascita o ancora in tenera età come purtroppo accadeva un tempo. Alcuni tra coloro che sono sopravvissuti hanno proseguito sulla strada paterna dedicandosi alla musica: in particolare Johann Christian, Johann Christoph Friedrich, Wilhelm Friedemann, Johann Gottfried Bernhard e Carl Philipp Emanuel che - a questo proposito - è forse il più famoso.
Del resto, in un contesto culturale come quello della società tedesca del Settecento dove grande attenzione era dedicata all'educazione musicale a cominciare dalla famiglia, era naturale che i figli seguissero le orme dei padri. Erano destinati così a diventare organisti, clavicembalisti, compositori, insegnanti, o anche costruttori di strumenti proprio come se la musica fosse una sorta di artigianato da tramandare di generazione in generazione.

Ma nella vita privata che tipo di persona e soprattutto che genitore era Johann Sebastian Bach?
Le varie biografie ci parlano di un uomo laboriosissimo e concreto, padre attento e affettuoso, ma anche severo ed esigente. Non stento a crederlo e - chissà perchè! - me lo immagino come una sorta di Immanuel Kant della musica, metodico e puntuale tanto che i contemporanei, al suo passaggio, avrebbero potuto regolare gli orologi. 
Mi piace pensare tuttavia che con i figli, oltre al rigoroso insegnamento delle nozioni di armonia musicale, abbia condiviso anche il fuoco della propria passione, quella che - a vent'anni - lo aveva portato a percorrere a piedi 400 chilometri (!) da Arnstadt fino a Lubecca, per ascoltare Buxtehude e cogliere i segreti della sua eccellenza organistica.

Ma torniamo a Carl Philipp Emanuel che, dopo essere stato allievo del padre, divenne nel tempo clavicembalista, organista e compositore apprezzato dai contemporanei primo fra i quali Mozart.
Fra le sue molteplici creazioni - concerti, sonate, sinfonie e un numero considerevole di cantate sacre - ho scelto il "Rondò espressivo" dalla "Sonata in si minore H 245" perchè ci regala tratti di sorprendente modernità che lo collocano già oltre il periodo barocco.  
Ciò è sottolineato anche dalla particolare interpretazione al pianoforte che fa risplendere il riverbero di ogni singola nota, e non mi meraviglierei se la suggestione di questo brano fosse rimasta nel cuore a tanti musicisti cronologicamente più vicini a noi. 
Al di là del rigore dell'impianto armonico di stampo paterno, infatti, il compositore ci offre qui spunti melodici che anticipano da un lato l'equilibrio del Classicismo e dall'altro i colori e le emozioni del Romanticismo musicale.
Ne deriva una melodia incantevole ed essenziale, segnata all'inizio dalla pacatezza del tono minore e verso la fine gradatamente più accesa, ma sempre dolce e misuratissima: affascinanti note di un mirabile figlio d'arte.

Buon ascolto!

martedì 31 ottobre 2017

Leggere tra le righe

Jean Raoux (1677-1734): "Giovane donna che legge una lettera"


Brevissimo - solo un minuto e trentotto - il brano di oggi che chissà quanti di voi certo riconosceranno subito, magari per averlo anche suonato nei loro approcci alla musica di Bach.

Si tratta infatti del "Preludio in re minore n.6 BWV 851" dal I Libro del "Clavicembalo ben temperato", uno degli esercizi più tipici tratti da un'opera grandiosa, scritta dal compositore tedesco a scopo didattico.

Ne ho scelto, tra le tante, un'esecuzione veloce ma non velocissima. 
Essa ci dà modo infatti di apprezzare non solo il tema esposto dalla mano destra, ma anche il canto affidato alla sinistra che affiora e traspare qua e là come se - più che sul rigo musicale - lo si potesse leggere tra le righe, a somiglianza di ciò che accade nel linguaggio della parola scritta.

Leggere tra le righe - lo sappiamo bene - è scandagliare un testo indagando non tanto ciò che esso comunica in modo esplicito ed immediato, ma ciò che l'autore vi rivela talora senza neppure esserne consapevole. 
È andare al di là del puro significato letterale per scoprire dimensioni nascoste che possono trasparire dall'uso di alcuni termini o dalla loro frequenza e costituire la spia di uno stato d'animo o di una situazione. 
Oppure sta nel cogliere osservazioni magari fatte en passant, secondarie rispetto al messaggio principale e tuttavia rivelatrici di sfaccettature inedite della persona o del discorso. Piccoli dettagli tuttavia non trascurabili, che talora raccontano un'altra storia o semplicemente mostrano risvolti che, a tutta prima, possono sfuggire.
Leggere tra le righe è scoprire un non detto che affiora, a volte a insinuare un dubbio, come quando a voce si fa un'affermazione che i gesti in qualche modo contraddicono.
Ma altre volte il non detto può essere amore che palpita tra le parole e gioca timido a nascondino, simile a un raggio di sole che occhieggia tra gli alberi.

Piani e livelli di lettura diversi che vanno a fondersi, così come accade anche nella musica. 
Proprio a questo proposito, citare Bach è parlare di un mago nel creare architetture sovrapposte, nate certo da rigorosi calcoli matematici e da una straordinaria padronanza dell'armonia, ma anche dalla luminosissima creatività di un genio.
Senza arrivare al famoso "Canone inverso" dell' "Offerta musicale" dove - più che indurci a leggere tra le righe - il compositore ci presenta addirittura tre temi in uno (il primo che va da sinistra a destra, il secondo da destra a sinistra e infine entrambi sovrapposti), mi basta il Preludio di oggi.

Qui, dopo le prime due note introduttive in re minore, è possibile cogliere la melodia della mano sinistra. Essa non è sempre immediatamente evidente - e ciò dipende anche dalle varie esecuzioni - ma fa parte di quell'insieme di caratteri che tante composizioni musicali, e in particolare quelle bachiane, ci rivelano poco per volta, dopo ripetuti ascolti, aprendoci universi d'inesauribile splendore.
Scopriamo così che, sia pure con note scandite in un'alternanza di staccato e legato, essa ci restituisce un ritmo più tranquillo che smorza l'andamento acceso e un po' affannoso delle terzine della destra. 
Certo, la mano sinistra costituisce parte dell'impianto armonico di ogni brano, ma in Bach, pur dando sostegno al tema principale, ha spesso uno sviluppo autonomo del quale possiamo percepire il canto. Un canto sommesso in questo caso, quasi un sotterraneo rivolo d'acqua che appare e scompare, regalando al pezzo spessore e morbidezza, come uno spazio più pacato e pensoso che si apre sotto il movimento delle terzine.

E la pianista Kimiko Ishizaka, nella sua calibratissima interpretazione, ci consente di percepirne insieme ritmo e dolcezza, rigore e trasparenza, vivacità e malinconia fino al luminoso accordo finale, questa volta in re maggiore.

Buon ascolto!

 

martedì 24 ottobre 2017

Vertigini di bellezza


Non saprei dire bene - questa volta - se sia stata la musica a condurmi all'immagine o viceversa.
Certo, il fascino di un artista come Caspar David Friedrich (1774 - 1840), con la suggestione delle sue prospettive d'infinito su orizzonti brumosi e incerti, ha avuto il suo peso, e del resto ne avevo pubblicato un quadro solo qualche settimana fa.

Immagine richiama immagine ed è così che - sempre tra le opere del pittore tedesco - sono arrivata a quella di oggi, non meno famosa della precedente.

Si tratta del dipinto intitolato "Le bianche scogliere di Rugen", conservato presso il Museum Oskar Reinhart di Winterthur. 
La composizione mi attrae non solo per il fatto che su quelle scogliere mi sono affacciata proprio lo scorso anno, ma anche perchè quell' apertura al centro della rappresentazione che si spalanca sul mare, mi suggerisce una dimensione in cui ritrovare respiro e pienezza. 
In essa, infatti, la natura è protagonista rispetto alle figure umane che, non a caso, Friedrich - a somiglianza di altre sue creazioni - raffigura di spalle e che qui vediamo in tre posizioni diverse, ma sempre tese a scorgere qualcosa verso un vuoto che dà vertigine.

E non è nuovo l'artista neppure a certe prospettive sconfinate. 
Ricordiamo opere come "Il mare di ghiaccio" che, se volete, potete ritrovare qui, e poi - per citarne solo alcune tra le più celebri - "Viandante sul mare di nebbia" e "Monaco in riva al mare".  
Anche in tali rappresentazioni infatti, protagonisti sono spazi aperti di ampio respiro: il cielo, il mare, la nebbia, l'orizzonte, a volte più netti, altre più sfumati e indefiniti o colti talora in livide atmosfere di angosciante solitudine.

Più sereno invece questo dipinto, certo per le tinte chiare e il bianco di quelle splendide scogliere di gesso dai bordi aguzzi. 
Ma il segreto è anche nella pennellata talora più nitida e minuziosa - in certi angoli quasi una sorta di Divisionismo ante litteram - e altrove resa invece più indefinita da un impasto di colori che va a fondere, e confondere, il mare col cielo.

Al di là dei molteplici significati allegorici che sono stati attribuiti all'opera, ciò che mi colpisce - come scrivevo sopra - è la vasta apertura che campeggia al centro, un'immensità che attira in una vertigine di bellezza. Ed è quella piccola vela bianca più lontana, proprio in alto mare, a darci la misura del rapporto tra finito e infinito, portandoci via con sè in un arioso splendore, ma al tempo stesso nello sgomento di uno spazio sconfinato.

Suggestioni di un artista romantico come Friedrich cui mi piace associare un brano di Camille Saint-Saens (1835 - 1921), nonostante la cronologia ci conduca decisamente più avanti rispetto al pittore tedesco.
Quella che ho scelto è una composizione intitolata "La Muse et le Poète op.132", scritta inizialmente come trio per pianoforte, violino e violoncello, ma poi modificata dal musicista stesso che ha orchestrato la parte del pianoforte. 
Dopo una delicatissima introduzione, il violino esordisce con una melodia struggente, ora aperta alla gioia, ora soffusa di una malinconia sottolineata anche dalla profondità del violoncello. Una melodia che va poi facendosi più accesa ad inanellare un dialogo tra i due strumenti solisti e l'orchestra, quasi un idillio d'amore tra l'artista e la sua musa ispiratrice, prima lieve e poi sempre più intenso e ricco di passione.
E per quanto questo brano sia stato composto quasi un secolo dopo il dipinto di Friedrich, mi pare che le due opere si possano accostare sia per le suggestioni che le accomunano, sia per alcuni aspetti che in qualche modo s'incrociano. Se infatti da un lato Saint-Saens sembra guardare indietro regalandoci tratti ancora squisitamente romantici, dall'altro il pittore tedesco ci apre prospettive d'infinito che possono anticipare le inquietudini del primo Novecento.

Buon ascolto!
(La clip-audio riporta solo la prima parte della composizione. Qui potete trovare l'esecuzione integrale https://www.youtube.com/watch?v=pHLLskTqAqg )

martedì 17 ottobre 2017

Suonerie

L' argomento di oggi rischia di essere banale - lo so - ma come sempre sarà la musica a portarci oltre. 
Siete anche voi tra coloro che si sentono infastiditi dalle varie suonerie dei cellulari che talora squillano nei momenti e nei luoghi meno opportuni? 
Al cinema, a teatro, in chiesa, in una stanza di ospedale, durante una lezione o - peggio che mai - nel bel mezzo di un concerto???
E fossero almeno suonerie piacevoli!...
La cosa resterebbe comunque ingiustificabile, ma almeno l'orecchio - come si suol dire - avrebbe la sua parte.
Spesso invece si tratta di suoni sgarbati e se a volte - rare per la verità - ricalcano qualche brano di musica classica, lo fanno in modo stereotipato, restituendoci una melodia falsa e banalizzata. Insomma, da musica a musichetta...non so se mi spiego!

Certo, se vogliamo, la scelta non è molto ampia tra le proposte dei vari cellulari: io stessa, per salvarmi da rumori e versi inconsulti, ho optato per il minuetto, una suoneria dal sapore vagamente mozartiano che - nonostante annose e affannose ricerche sul web - non sono ancora riuscita a identificare con precisione. 
Ma ci sono anche quelle scaricabili! - mi direte. Lo so, ma una cosa per volta per favore, sono un po' lenta con la tecnologia.
In compenso, a mio marito che ha comprato uno smartphone mooolto più aggiornato del mio, ho imposto il vivacissimo terzo tempo del Secondo Concerto Brandeburghese - parliamo di Bach naturalmente - che era già tra le suonerie in dotazione. Così, ogni volta che lo chiamano, saltiamo per aria in qualunque angolo della casa ci troviamo. 
Però va bene cosi e del resto non c'è paragone. Ma volete mettere???...
Un conto è saltar per aria al richiamo di una cosa qualsiasi, altro è farlo a suon di tromba, oboe e flauto a becco come nell'esordio del pezzo bachiano!

Tuttavia, a proposito di cose qualsiasi...non è detto che lo siano proprio in tutti i casi. Recentemente, ho scoperto un particolare che molti di voi conosceranno già: è musica classica anche uno dei tormentoni più diffusi in fatto di suonerie.
Lo riconoscerete subito, inequivocabilmente, ascoltando il brano di Francisco Tarrega (1852 - 1909) che vi propongo oggi. Si tratta del "Gran Vals" per chitarra dove lo sentirete a soli dodici secondi dall'inizio.
E per gli addetti ai lavori, voilà, riporto anche le battute dello spartito!
 
\relative c''' {
        \key a \major
        \time 3/4
        e16 d fis,8 gis
        cis16 b d,8 e
        b'16 a cis,8 e
        a4. \bar "|."
}
 
Trovato?...Vi piace?...
Devo confessare che a me non dice molto neppure nella melodiosa morbidezza del pezzo in cui è nato, forse perchè sono ormai condizionata dalla quantità di volte in cui l'ho sentito da tanti e tanti cellulari. 
E perchè mai allora lo sto pubblicando???...
Perchè ora andremo oltre ed è esattamente qui che vi voglio portare.

Proprio in segno di protesta contro la malsana abitudine di lasciare il cellulare acceso nei momenti meno opportuni, qualcuno si è ribellato.
E' accaduto in varie occasioni che, di fronte all'improvviso esordire di una suoneria nel bel mezzo di un concerto di musica classica, il solista - invece di ignorare la cosa o, al contrario, di chiudere lì l'esibizione - si sia appropriato di quei suoni interpretandoli col proprio strumento e facendone una prova d'improvvisazione e di bravura. Una risposta sorprendente, ricca di fantasia ed eleganza, che "prende in contropiede" il colpevole in modo spiritoso e incisivo ad un tempo. 
A reagire così sono stati solisti di violino, di pianoforte, ma talora anche intere orchestre e ciò ha poi dato luogo a svariate e divertenti rielaborazioni della suoneria in questione.
Tra le altre, la più significativa mi sembra quella del pianista austriaco Christoph Berner, classe 1971, che proprio sulle sue note ha scritto una Fuga. Si tratta di un brano rigoroso, articolato e complesso, prima un po' bachiano e poi non più, che va veleggiando verso una totale libertà compositiva in cui Berner sbriglia la fantasia e si diverte - almeno così a me pare - coniugando il tema in mille modi e sviluppi diversi. 
Una fuga che mi intriga più ancora dell'originario valzer di Tarrega e che spero, nella sua vivacità, possa piacere anche a voi.

Buon ascolto!